Tre criteri per giudicare un libro

Giudicare un libro è una cosa difficile. Eppure un libro non è una realtà mistica, davanti alla quale si può anche assumere un atteggiamento apofatico; e neppure un libro è una scoperta scientifica che per essere giudicata ha bisogno di una dotta comunità scientifica… No, i libri possono essere giudicati anche dal lettore non professionista: l’arte è per tutti. Oggi voglio allora condividere con voi i criteri che io uso per spingere il mio giudizio al di là dell’impatto immediato, al di là del gusto personale; e questi criteri sono anzitutto tre.

La ricerca dello stile

Per giudicare un libro la prima cosa necessaria e indispensabile è la disponibilità a comprendere, senza dare nulla per scontato. In genere i grandi libri infatti non sono immediati; e non soltanto perché molti di questi testi sono datati, ma soprattutto perché in essi lo stile ha un peso molto rilevante ed i loro autori hanno un’identità artistica fuori dal comune.

“Addio alle armi”

Ricordo quando ho letto il primo breve capitolo di “Addio alle armi” di Ernest Hemingway: sono rimasto sgomento! Un capitoletto capriccioso: pieno di ripetizioni, frasi che tornano cicliche, dettagli importanti sparsi qua e là, irrintracciabili tra le tante parole vorticanti. Ma si trattava di Hemingway, cioè di una certezza, un mito, qualcosa che non si può liquidare con giudizi affrettati. Quindi ho proseguito la lettura. E quando ho visto che il libro non perdeva quel suo andamento capriccioso, ho capito che quella era la sua caratteristica: si trattava di stile, di ricerca. Ed allora ho iniziato ad apprezzare tutto.

Primo criterio

Quindi un libro potrà anche non piacere, ma prima di giudicarlo bisogna fare lo forzo di capirlo, di trovarne lo stile. E se lo stile c’è con ogni probabilità si tratta di un buon libro.

Intento e svolgimento

Per scrivere una storia che funzioni esiste uno schema classico, che è questo: situazione iniziale, evento che rompe l’equilibro, sviluppo centrale, climax, soluzione del problema e conclusione. E da questo schema non si può mai sfuggire del tutto, perché esso costituisce la definizione stessa di storia, la sua natura. Tuttavia se ci si limitasse ad esso i romanzi possibili sarebbero davvero piuttosto pochi, e forse li avrebbero anche tutti già scritti da un pezzo. Per questo i grandi autori spesso si prendono delle libertà.

“Gente di Dublino”

Per fare un altro illustre esempio, penso alla raccolta di racconti di James Joyce intitolata “Gente di Dublino”. Si tratta di racconti senza un chiaro inizio, senza un chiaro sviluppo, senza una forte una messa a fuoco… e che (come se non bastasse) finiscono pure così, sospesi, proprio quando meno ce lo si aspetterebbe! Che giudizio dare a testi simili, mi dicevo? E la risposta è stata (come già nel caso precedente): si tratta Joyce, bisogna leggere fino in fondo e cercare di capire.

C’è voluto un po’ per entrare davvero nella sua logica, ma alla fine ho compreso che questi testi non cercavano la chiarezza, il colpo di scena, l’immediatezza, ma la suggestione, la poesia, il realismo. E per ottenere queste cose Joyce ha dovuto divincolarsi dalla struttura un po’ artificiosa delle storie a cui siamo abituati. In fondo com’è la vita vera? Nemmeno i momenti più indimenticabili e riusciti delle nostre esistenze hanno chiari inizi, svolgimenti lineari e finali perfetti: no, essi sono sempre un po’ così, certo distinti sullo sfondo delle cose comuni, eppure immersi nel costante flusso delle ore e dei giorni, della vita.

Lo svolgimento di una storia va quindi costruito sull’intento con il quale la si scrive. A volte lo scopo è uno solo; altre volte invece lo scopo è ibrido, cioè mescola intenti diversi: pensate ad esempio a Tolkien, dove l’intrattenimento dato da un trama solida si mischia quasi sempre alla poesia, alle lunghe divagazioni.

Secondo criterio

Il secondo criterio è dunque questo: se lo svolgimento di una storia è adeguato ai suoi intenti intrinseci, si tratta spesso di un buon libro.

Come se fossimo i posteri

Quando si legge un romanzo non bisogna poi pensare subito e in continuazione alle sue fonti. Tanto più che alcuni generi dipendono in tutto dalle loro fonti: pensate ai romanzi storici. Un romanzo va quindi letto come una cosa a sé stante. E solo in un secondo momento (quando c’è da farne una recensione, magari), pensare ai suoi debiti verso il resto della letteratura e del mondo. Altrimenti ci si rovina solo la lettura e non si comprende davvero il libro, né lo si giudica nel modo giusto.

“Dracula”

Quanti di voi conoscono Lord Ruthven? Pochi o nessuno, credo. Per tutti noi il vampiro per antonomasia è il Conte Dracula. Eppure prima che Bram Stoker scrivesse il romanzo “Dracula” le cose erano opposte… Oggi la Storia ha però quasi cancellato il primo lasciandoci invece il secondo; la Storia ha decretato che “Dracula” meritava di sopravvivere più che il racconto “The Vampyre” di John Polidori, più di Lord Ruthven (se volete approfondire l’argomento, cliccate qui). E questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare.

Perché il brevetto (o diritto esclusivo di sfruttamento) dopo qualche anno decade e ciò che si è scoperto diventa patrimonio di tutta l’umanità. A quel punto ciò che conta davvero è cosa si è davvero riusciti a fare di quella idea, e non più soltanto l’averla avuta per primi. Così anche per i libri. Potrebbe sembrare un punto di vista cinico, ma in realtà coincide con lo sguardo distaccato dei posteri.

Terzo criterio

Quindi il terzo criterio che io uso è questo: se un romanzo è organico, armonico e funziona in se stesso, è quasi di sicuro un buon libro, a prescindere da quanto intenso sia il legame che ha con le sue fonti. Perché oggi quelle fonti le conosciamo, ma un giorno forse i nostri figli le dimenticheranno.

Conclusioni

Tre sono dunque le cose che credo vadano osservate di un libro: se ha un suo stile; se ha un suo intento (e la struttura rispecchia l’intento); ed infine se funziona come testo isolato dalle sue fonti, cioè se sta in piedi da solo. Solo dopo aver fatto tutto questo, credo si possa dare un giudizio onesto.

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