“Le petit prince”, il piccolo principe

Ciao a tutti e buon anno! Siamo nel 2018 e poiché per andare avanti bene bisogna anche saper tornare di tanto in tanto indietro, oggi vi riporto a quello che credo sia stato uno dei classici dell’infanzia (o prima adolescenza) di quasi tutti noi, cioè “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Non è essenziale, ma neppure è secondario ricordare che questo libro fu pubblicato negli USA nel 1943, cioè nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, da un francese in esilio, pilota di guerra in quei tempi foschi e turbolenti, morto in battaglia soltanto l’anno successivo.

Il bambino che eravamo

L’autore, cioè Exupérie, è uno dei personaggi del suo stesso libro (oltre ad esserne il narratore) e la storia principale che qui ci racconta è quella dell’avaria che nel 1935 colse il suo aereo postale e che lo costrinse ad un atterraggio d’emergenza in pieno Sahara. Ed è proprio all’interno di questa reale disavventura nel deserto libico che Exupérie incastona il fantastico incontro con il misterioso ragazzino venuto dal cielo, il piccolo principe.

Questo bambino celeste non ha nome. Perché tale incontro non è che quello tra l’autore divenuto adulto con il se stesso bambinoC’è infatti un giorno nella vita in cui uno si volta indietro e pensa a quel bambino che è stato, e finalmente riesce a farlo con affetto. Si commuove a riguardarlo, e vorrebbe allora parlargli e domandargli: che ne pensi, sto andando bene? Sei fiero di me, oppure ti sto deludendo? Vorrebbe riuscire a fissarlo negli occhietti vispi e sfuggenti e chiedergli perdono per le volte che ha sprecato il suo futuro, le sue capacità, i suoi sogni, i suoi affetti; e poi promettergli che sistemerà tutto, che da quel giorno farà di meglio, farà di più. “Il piccolo principe” secondo me nel profondo per l’Autore ha rappresentato questo.

Le critiche al mondo adulto

Ho sempre amato la dedica di questo libro: “A Léon Werth, quando era un bambino”. È una frase che è sia dedica che esergo, perché contiene già la polemica che pervade il racconto e che ha di mira il mondo adulto. Pensate agli incontri del piccolo principe (quelli cioè che il principino racconterà ad Exupérie-pilota-in-avaria) con gli abitanti dei vari pianeti: il re senza sudditi che non dialoga ma ordina soltanto; il lampionaio che passa il giorno a spegnere ed accendere il suo lampione, senza mai chiedersi la ragione di quel che fa; l’uomo d’affari che conta le stelle credendo così di possederle; il cartografo che non ha mai esplorato il suo asteroide perché il ruolo dell’esploratore non è di sua competenza… Dietro a questi incontri l’autore sembra insinuare le sue domande: davvero questa gente è più matura del bambino che un tempo è stata? Davvero diventare adulti per costoro è stato un passo in avanti?

Il piccolo principe e la rosa

Questo racconto è poi anche una storia d’amore, quella tra il piccolo principe e la sua rosa. “Non avevo ancora capito nulla a quel tempo” racconta il piccolo principe. “Avrei dovuto giudicarlo (il fiore) dagli atti e non dalle parole. Mi dava il suo profumo e mi rivelava tante cose. Non sarei mai dovuto andare via! Dietro quei poveri trucchi, avrei dovuto intuire la sua tenerezza. I fiori sono così incoerenti! Ma ero troppo giovane per saperlo amare!” (cap. VIII). Queste sono le parole con cui il principino giustifica la partenza dal suo asteroide (e l’inizio delle avventure che lo condurranno sulla Terra): se ne va perché ha litigato con la sua rosa.

«Addio», disse [il piccolo principe] al fiore. Ma non ebbe risposta. «Addio», disse un’altra volta. Il fiore tossì. Ma non era a causa del raffreddore. […] Non voleva farsi vedere mentre piangeva. Era un fiore così orgoglioso” (cap. IX).

Maestra volpe

Il piccolo principe in vita sua aveva visto una rosa soltanto, quella di cui si era innamorato (cioè l’unica del suo asteroide), ma quando arriva sulla Terra ha modo di incontrare cespugli e cespugli di rose. E così inizia anche a dubitare del suo amore, perché quello che credeva speciale era invece un fiore bello ma anche molto comune. È proprio allora che arriva la volpe (forse il personaggio più indimenticabile del racconto) ad insegnargli la sua grande verità: che è cioè il tempo speso ad “addomesticare” una cosa, a renderla tanto speciale per sé.

Come si fa ad addomesticare qualcosa, chiede quindi il piccolo principe? “«Bisogna essere molto pazienti. All’inizio ti siederai un poco lontano da me, così, sull’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono fonte di malintesi. Ma ogni giorno potrai sederti un po’ più vicino…»” (cap. XXI).

Il mondo trasformato

«Tutti gli uomini si assomigliano […]»” dice ancora la volpe, “«ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come inondata di luce. […] Vedi, laggiù, quei campi di grano? Io non mangio pane. Il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai capelli colore dell’oro. Allora sarà magnifico quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà ricordare di te»” (ibidem).

C’è stato un tempo in cui anch’io vedendo i campi di grano pensavo a certi boccoli color dell’oro che mi avevano (e che avevo) addomesticato. Ma ora non succede più, il grano è tornato soltanto grano; e così anche questo libro è diventato per me un po’ meno speciale. Però questa verità resta universale al di là dell’esempio del grano, perché davvero l’amore rende vivo il mondo e fa proprie le cose comuni: possono essere i vulcani a parlarci di qualcuno, o le onde del mare, gli aeroporti, i boschi, le pesche, le mandorle, le metropolitane… Insomma, ognuno qui ci metta quelle cose che gli ricordano chi ama, che sono diverse per ciascuno; però è certo che a tutti l’amore ha trasformato il modo di vedere il mondo. E questo libro ce ne ha fatto rendere conto.

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