Entri o resti fuori?

Guarderò le cose dall’interno oppure dall’esterno? Questa è una delle prime domande che l’autore si pone prima di iniziare a scrivere un nuovo testo: è la scelta fondamentale tra prima e terza persona. Ma la cosa non si ferma lì, perché presto dovrà anche scegliere (soprattutto se scriverà in terza persona) i punti di vista da adottare ed il tipo di focalizzazione con cui raccontare… Cioè, dove “entrare” e quanto in profondità. Perché scrivere è tutto un entrare o un restar fuori.

Non intendo fare una lezioncina, la divulgazione non è materia da blog. Inoltre non sono un bravo studente né un bravo insegnante: non sono un bravo studente perché troppo curioso (curiositas); non sono un bravo insegnante perché troppo desideroso di incuriosire. Ho lo spirito del ricercatore, a cui una risposta apre sempre almeno altre due domande; a cui uno schema affascina solo per le sue crepe, le sue approssimazioni, in cui potersi avventurare. Per questo e per altri motivi non pretendo che l’articolo presente insegni qualcosa, ma spero faccia almeno osservare alcune tematiche classiche da un punto di vista un po’ insolito.

I personaggi

Scrivere è tutto un entrare o un restar fuori… dai personaggi, anzitutto. Anche da quelli che non sono né principali né secondari: si entra in chiunque senza nemmeno farci caso; si entra anche nelle comparse, nel loro intimo, fosse anche solo per un solo paragrafo, una frase.

  • “Tizia, triste, disse: bla bla bla.” Affermare che costei era triste, non è entrare per un attimo dentro di lei?
  • “Tizia, con viso cupo, disse: bla bla bla.” Qui invece si sta fuori: il viso cupo è un effetto dello stato interiore di Tizia, la cui causa lo scrittore non ci dà; l’autore se ne sta fuori, fermo sui lineamenti del volto che sono sempre un po’ un impenetrabile mistero.

Le cose

Si entra o si sta fuori, dunque. Si entra anche nelle cose: si entra con le digressioni. Posso descrive un luogo limitandomi a trasporre ciò che vedo, così come un pittore realista farebbe con il pennello. Oppure posso entrare in quel luogo e di esso dirvi (ad esempio) della storia delle sue fortificazioni, dei motivi delle sue scelte agricole, delle ragioni architettoniche per cui lì si costruiscono gli edifici in un certo modo. Restare fuori rispetto alle cose è descriverle come potrebbe fare qualsiasi passante attento, entrarci è parlarne come può fare soltanto chi le conosce da molto e in profondità. Nel primo caso il mondo resta estraneo ma misterioso, nel secondo diventa un posto familiare.

I dialoghi

Si sceglie di entrare o di stare fuori, sempre e in ogni cosa. Anche nei dialoghi, in un certo senso. Come? Nella costruzione del discorso diretto stesso, cioè nella scelta del modo in cui i nostri personaggi parleranno tra loro. Se ci si pensa, infatti, il modo di dialogare che si trova nei romanzi quasi mai corrisponde a quello che si ha nella realtà. Perché il parlare che facciamo noi nel mondo vero è spesso di scarsa qualità, incomprensibile, sgradevole; un dialogo nel mondo reale risente in modo pesante dell’estrazione sociale degli interlocutori, della loro provenienza, del contesto, della familiarità o estraneità tra le persone e molto altro ancora. Quindi l’autore per forza deve operare una scelta per il suo romanzo: può entrare o restare fuori.

“Entrare” in un dialogo per me significa far parlare i personaggi in modo sempre comprensibile, chiaro. “Restare fuori” è farli parlare in modo realistico, cioè non sempre pulito, perfetto, afferrabile. Il primo è il dialogo utopico; il secondo è il dialogo criptico, verosimile, pieno di anacoluti. Nel dialogo utopico lo sforzo di comprensione del personaggio che parla è profondo: più che trascrizioni da dattilografo/stenografo questi sono parafrasi; è come se il personaggio parlasse e poi lo scrittore facesse da doppiatore, interprete, traduttore. Nel dialogo criptico invece questa mediazione non c’è: è come entrare in una stanza ed ascoltare due estranei conversare; estranei che lo saranno sempre meno con il procedere del libro, certo, senza però nessuno sforzo fatto dall’autore per farceli diventare davvero amici, vicini, svelati.

Le azioni

Anche nella descrizione delle azioni può applicarsi il concetto di “entrare” e “restare fuori”. Ci sono sequenze di azioni descritte con verbi nudi, periodi brevi e paratattici, punteggiatura essenziale. Ci sono sequenze di azioni invece arricchite di avverbi ed aggettivi, ed interrotte di frequente con digressioni (che ne so) sul tipo di arma che sta per calare sull’elmo del nemico, sulla fangosità del terreno, su ciò che nel frattempo avviene tutt’intorno. Più si “resta fuori”, più l’azione sembre reale: reale, viva e quasi presente; ma anche inafferrabile, sfuggente. Più “si entra” in un’azione e più essa perde di movimento, ma in compenso affiorano la sua profondità, il suo significato, la sua ragione d’essere.

Conclusioni

Per concludere, entrare e restar fuori secondo me sono due spiriti (per dirla in modo filosofico). Lo spirito “dell’entrare” è uno spirito di conoscenza, del voler rompere quel velo di indecifrabile mistero che avvolge tutte le cose per raggiungerle un po’ più nella loro intima identità. Lo spirito del “restare fuori” è voler vivere, sentire, conservando tutta quell’affascinante inconoscibilità, al prezzo però di sentirsene sempre un po’ lontani. L’equilibrio giusto tra i due spiriti è dato dal talento artistico dello scrittore, dalla sua sensibilità originale, dal suo intuito. E di equilibri tra questi spiriti ce ne sono tanti quanti i veri artisti: equilibri a volte tutti sbilanciati da una parte, a volte molto armonici, ma comunque sempre capaci di comunicare nel testo quel senso di splendore che solo le cose riuscite portano con sé.

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