Seduti al focolare di casa Tolkien

Succede sempre così, che le parole scompaiano. Succede quando leggo i libri di Tolkien. La carta e l’inchiostro si trasformano e diventano quell’uomo inglese, di mezza età, dal carattere brusco e dagli occhi scintillanti, che legge una storia ai suoi bambini; ed io sono lì, con loro, ad ascoltare. Sì, perché le pagine di Tolkien sembrano fatte proprio per essere lette ad alta voce, con il tono e i tempi giusti. Quelle righe sono pregne della calda retorica del focolare.

Ho sempre fatto fatica a vedere in Tolkien uno scrittore. Non perché non sia un grande scrittore (scenda un fulmine e m’incenerisca se intendo dir questo!). No, ma è che ho sempre immaginato quell’uomo intento a scrivere nei ritagli di tempo che l’intensa vita accademica e la numerosa famiglia gli lasciavano, sempre restio a mettere la parola “fine” alle sue opere, a lasciarle andare. Ho sempre avuto la sensazione che per lui più importante del prodotto-libro lo sia stata la sua Arda, la sua Terra di Mezzo. I suoi scritti sembrano quasi appunti, annotazioni di viaggio, messe poi in bella, bellissima copia: conservano tutta la malinconia dei momenti felici prima vissuti e poi visti scivolare via.

Rispetto al fantasy odierno

Tolkien, sembrerà ovvio, non è uno scrittore “odierno”. Lui non va per scene, come facciamo quasi tutti noi educati alla narrativa prima da Hollywood e solo poi da Manzoni: il suo racconto è fluido, continuativo, senza grossi salti temporali; il suo testo poggia molto sulla forza del “narratore”, sull’espressionismo delle immagini (tanto da essere forse più adatto alla pellicola d’animazione che agli attori in carne e ossa).

Tolkien non è un tecnico del suo mondo. A volte quando pensiamo a lui lo riteniamo un perfezionista del worldbuilding, ma è un’impressione sbagliata: lui non esplora mai più del dovuto i dettagli sociali, politici, bellici, etnici, cultuali e culturali della Terra di Mezzo. Tolkien in realtà è un uomo poetico, ed evita tutto ciò che a lui sa di prosaicità come i bambini farebbero volentieri con le lezioni di matematica.

Tanti autori hanno dedicato cicli corposi ad un unico universo da loro inventato, ma nessuno ci si è perso come J.R.R. Tolkien. Lui è entrato nella tana del bianconiglio-Bilbo ed è finito in un altro mondo, un mondo di meraviglie. La sua mente l’ha esplorato e ci ha dato dei resoconti di questo viaggio: un romanzo (“LOTR”), una fiaba (“Lo Hobbit”) ed un vasto leggendario (“Il Silmarillion”, e tutte le altre raccolte uscite postume).

Questione di attaccamento

A volte mi sembra che il mondo adori quest’uomo come un genio, altre volte invece mi pare che lo ritenga solo un folle di cui godersi le follie. Fatto sta che quel che ha fatto è stata davvero un’opera audace ai limiti del folle, della cui portata forse pochi si rendono conto. Ci si può perdere nella scrittura: si può andare altrove e non tornare più indietro.

Sinceramente mi dispiace molto che non abbia scritto altro (l’ha fatto, ma nulla di troppo impegnativo), fuori dalla Terra di Mezzo. Mi lascia quel dispiacere, come se fosse morto giovane. Credo però che non fosse davvero intenzionato ad uscire da quei luoghi: erano troppo importanti per lui. Anche se fosse vissuto trecento anni, dalla Terra di Mezzo non se ne sarebbe mai andato.

In fondo non sembrava neppure così interessato a pubblicarle, quelle opere: sono tutte nate solo per il suo piacere, o su richiesta. “Lo Hobbit” è nato per sé e per i suoi figli, cui lesse e raccontò a voce molti brani quando erano piccolini. La lingua elfica è un suo gioco iniziato da ragazzo, un esercizio di ricerca dei suoni del suo cuore. Tutti i racconti, i leggendari, la cosmogonia di Arda sono stati pubblicati postumi. “Il Signore degli Anelli” è stato richiesto dall’editore, dopo il successo de “Lo Hobbit”; e prima di consegnarglielo completo lui ha fatto passare dodici anni, giocando con quelle pagine e quei personaggi a non finire.

Conclusioni

L’opera di Tolkien sulla Terra-di-Mezzo è nata e cresciuta solo per il piacere del suo autore e dei suoi bimbi. Ora è anche nostra. Ma in realtà forse non se n’è mai andata da quella casa di Oxford: siamo noi che siamo stati invitati tutti a sederci a quel camino, nel salotto di quell’uomo riservato, che sembra ancora raccontare le sue storie di Arda ai suoi figli, anche se cresciuti… anche se invecchiati.


Per esattezza, secondo quanto ho letto John R.R. Tolkien chiamava i figli nel suo studio quando voleva raccontare loro di Bilbo e delle sue avventure. Però a me piace immaginare la famiglia Tolkien davanti al fuoco del camino.

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