Il mestiere dello scrittore fantasy

Scrivere è un mestiere, punto!

Quando si è però appena iniziato a cimentarsi con le storie e le parole, quanti sono davvero convinti che quel che stanno facendo sia degno di esser chiamato così? Quanti agli inizi ritengono sia davvero un lavoro quella cosa che fanno da soli, in camera magari, davanti ad uno schermo bianco? Pochi credo, pochissimi. Perché in fondo è anche il loro hobby, li diverte perciò; e soprattutto ancora non hanno avuto modo di addentrarsi per bene nel labirinto della scrittura, per capire quanto la faccenda sia seria e complessa.

Dopo alcuni anni che mi affatico sulle tastiere, finalmente ho cambiato quel punto di vista. All’inizio era forse solo la speranza, o il bisogno di dare dignità a quest’attività, che mi spingeva a ritenere la scrittura un mestiere; e mi sentivo quasi a disagio all’idea di venir pagato per essere letto. Ma queste non erano che le normali timidezze di una coscienza (lo spero) onesta. Ciò che ha mutato il mio punto di vista è stato l’addentrarmi nella complessità dello scrivere; il mettere un po’ di esperienza sulle inclinazioni innate, sulla passione.

Ed ecco le dieci principali cose che ho imparato provando leggendo e sbagliando dell’essere scrittore fantasy. Ve le elenco dall’ultima alla prima, come in una top ten.

Ho dunque imparato…

10 Che una parola si porta appresso oltre al suo significato intrinseco tutto ciò che nell’immaginario collettivo evoca. Per questo i termini van scelti con attenzione, ed a volte è necessario (nel fantasy) inventarne di nuovi. A volte un nome sbagliato per un personaggio o un oggetto chiave, può deturpare un intero ottimo romanzo; e per contro, la sostituzione di una parola, di un nome, può talvolta far acquistare ad un ottimo romanzo l’eccellenza.

9 Che la precisione terminologica in una frase è efficacissima per attirare l’attenzione del lettore, utile per sintetizzare e perfetta per togliere ambiguità di interpretazione. Ma quando il termine migliore e più esatto è anche un termine tecnico bisogna fare attenzione: usarlo alcune volte è bello (come lettore ho sempre amato imparare nuove parole leggendo narrativa), ma abusare di tecnicismi può dare un tono pedante alla narrazione.

8 Che ci sono delle scelte narrative a cui bisogna restare fedeli il più possibile dall’inizio alla fine di una storia. La scelta dei punti di vista da seguire, del tipo di narratore e delle tecniche da usare va pensata con attenzione e poi rispettata: usare tutto intero il kit del bravo narratore, non è mai il miglior modo per raccontare una storia. A volte è meglio rinunciare a certe idee brillanti, e spaccarsi la testa per cercarne di nuove compatibili con la struttura che si è scelta per il proprio romanzo.

7 Che un brano può venir scritto in decine di modi differenti (proprio come la scena di un film). L’episodio è lo stesso, racconta la stessa cosa, ma può esser reso in sommario dal narratore, raccontato all’interno di un dialogo, descritto nel dettaglio, accennato di sfuggita, narrato due o più volte da prospettive diverse. Un episodio ottiene più o meno forza a seconda del modo in cui è raccontato, ed è il romanzo nel complessivo a suggerire quello giusto.

6 Che i dettagli fanno la differenza. La sostanza narrata chiede di essere adornata dei suoi giusti dettagli. Quelli giusti fanno scivolare la storia, quelli sbagliati la affaticano. Ed il lavoro per distinguerli è spesso estenuante.

5 Che le figure retoriche sono l’arma più potente che la narrativa abbia a disposizione. Non sono certo l’unica cosa che il cinema non possiede, rispetto al libro; tuttavia sono davvero quella che più dovrebbe invidiargli. Ma l’arma più potente è anche la più difficile da usare. Il tutto per la parte, la parte per il tutto, le sostituzioni sensoriali, gli accostamenti contraddittori, i giochi sillabici e fonici, le false negazioni, gli accostamenti di immagini per arricchire la descrizione o racchiuderla in una sola frase… Quante cose si possono fare con le parole! Eppure com’è complesso farlo senza ricorrere a cose già lette o già sentite; com’è difficile non farlo fuori luogo; e com’è invece facile farlo senza gusto!

4 Che i personaggi secondari non sono mai secondari. Sono risorse per la storia e dare a loro un’identità chiara e interessante è tanto fondamentale quanto complicato.

3 Che i personaggi “muoiono” nell’esatto istante in cui hanno raggiunto i loro obiettivi, o in quello in cui li tradiscono. Da quel momento in poi sono personaggi nuovi, che vanno ripensati da capo, quasi fossero appena stati inventati. Altrimenti sono soltanto cadaveri che scorrazzano per le pagine senza scopo, ammorbandole di vacuità.

2 Che una storia che appassiona lo scrittore stesso è sempre sanabile, qualunque siano stati gli errori fatti scrivendone la bozza. Mentre una storia nata dal solo intelletto, pur applicando tutte le più perfette regole di scrittura creativa apprese sui migliori blog libri e corsi, resterà sempre soltanto un mero esercizio di narrativa.

1 Che in scrittura non bisogna mai accontentarsi: è necessario scrivere e riscrivere, finché tutto funziona come lo avevamo voluto all’inizio. E che è proprio nel perdersi dietro a false piste, tornare indietro e prenderne di nuove (magari ancora sbagliate) che emergono poi le soluzioni più contestuali, geniali e riuscite!

Conclusioni

Scrivere è quindi sì un mestiere, ma non di quelli semplici, dove basta fare tutto come da routine per ottenere il risultato voluto; no, scrivere è un mestiere di quelli complessi, dove si sa qual è il risultato da ottenere, si posseggono anche gli strumenti, ma è la stessa via per ottenerlo che è ogni volta tutta da scoprire!

Lettori e scrittori, che ne dite? Condividete le mie opinioni oppure rivoluzionereste la mia top ten? Aggiungereste altro, oppure togliereste qualcosa che a vostro giudizio è fin troppo ovvio?

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