“Trilogia dei Fulmini”, di Mark Lawrence

Eccovi oggi la recensione di uno dei migliori libri da me letti di recente, uno di quei libri capaci di ricordare cosa significa davvero scrivere e cosa rende unica una storia raccontata con il mezzo della parola piuttosto che con quello visivo. Non vi sto parlando di un libro che ha vinto il Nobel (né di un libro che potrebbe vincerlo) ma di un accattivante fantasy d’oltremanica, intitolato la “Trilogia dei Fulmini”, scritto da Mark Lawrence. Il titolo non è eccezionale, e dopo aver letto il libro si capisce anche che non è nemmeno attinente; ma la colpa non è dell’Autore, perché il vero nome di questi libri è “The Broken Empire Trilogy” cioè la trilogia dell’Impero Spezzato (che suonava bene pure in italiano). “Trilogia delle Spine” sarebbe però stata l’alternativa più valida secondo molti; spine di quei rovi che hanno un’importanza piuttosto cruciale nella storia raccontata da Lawrence e che compaiono nei titoli dei tre romanzi di cui la saga è composta: “Prince of Thorns”, “King of Thorns” ed “Emperor of Thorns”.

La prima persona

Esistono molti bei romanzi scritti in prima persona, e nella lista dei miei libri preferiti un buon numero ha proprio questa caratteristica. Di fantasy scritti così ne ho trovati però molto pochi, e la “Trilogia dei Fulmini” è uno di questi.

La prima persona è un’arma a doppio taglio affilatissima e mortale: essa è infatti capace più della terza di creare un legame immediato con il lettore, per contro però restringe l’orizzonte e le possibilità della narrazione; è padrona del futuro che già conosce, ma allo stesso tempo può anticipare troppo, e quella di dosare anticipazioni e reticenze è certamente un’abilità difficile da acquisire; essa è poi schiava della personalità dell’io-narrante, che è presente con il suo carattere molto più che il normale narratore in terza persona e quindi può finire per annoiare il lettore una volta passato l’iniziale entusiasmo; è poi difficile da gestire senza cadere in contraddizioni o inconsistenze interne… E questo solo per dire le difficoltà più grosse ed evidenti!

Ebbene nella “Trilogia dei Fulmini” secondo me si fa un uso magistrale della prima persona. Anzi, se ne fa un uso audace, perché oltre a queste già difficili sfide si aggiunge la scelta dell’Autore di costruire la narrazione in modo non lineare, utilizzando la retrospezione come elemento essenziale per lo sviluppo della trama.

L’io-narrante può non coincidere con il protagonista della storia narrata, come è ad esempio nei celebri e bellissimi libri di “Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle, dove è il dottor Watson a raccontare, mentre protagonista è appunto Holmes. Nella “Trilogia dei Fulmini” invece narratore e protagonista coincidono, e convergono nell’ambiguo e complesso personaggio che è il giovanissimo Principe Jorg Ancrath; un personaggio-narratore che con la sua personalità difficile da ingabbiare in uno schema psicologico, attrae e repelle il lettore dall’inizio alla fine della storia, facendosi odiare e amare allo stesso tempo grazie alla sua crudeltà, alla sua tragica biografica ed alla sua calda genialità.

Genialità e sconfitte

Jorg “quando scrive” sa già come sono andate le cose, ma fino ad un certo punto. La trilogia è infatti composta, come dice il nome, da tre romanzi o tre libri, quindi Lawrence ha scelto che ad ognuna di queste tre tappe corrispondesse grossomodo un manoscritto di Jorg, con cui il Principe racconta la sua vita fino a quel preciso momento. Tre romanzi, tre “manoscritti”: scelta astuta, che permette di evitare anticipazioni (e che rende credibili le omissioni) circa il futuro di Jorg Ancrath e dell’Impero Spezzato.

A questo proposito però ho gradito poco una cosa, che si ha nel terzo libro: la presenza cioè di brani in terza persona. L’Autore li ha introdotti per poter allargare gli orizzonti, e mostrare da vicino certi pericolosi nemici in avvicinamento, forse per renderli più concreti. Se quindi questi brani riescono in tale intento narrativo, allo stesso tempo stonano un po’, quasi come delle rinunce, o come un’ammissione di sconfitta dell’Autore davanti ai limiti che si era auto-imposto scegliendo di scrivere questi romanzi in prima persona.

Il piccolo principe

Il Principe Jorg racconta bene la sua storia, come un vero poeta guerriero. È molto giovane (un adolescente, grossomodo), ed abbonda di figure retoriche vivide, al punto quasi da emulare la narrazione che si trova nei migliori libri per l’infanzia. Questo però in un libro che non è affatto per l’infanzia: la “Trilogia dei Fulmini” è spigolosa, irriverente, malvagia. Ma allo stesso tempo Jorg non è mai riducibile ad uno spietato ed ambizioso principe criminale: c’è in lui sempre qualcosa di più, che è presente nella sua intelligenza, nella sua coscienza, nella sua presenza di spirito, e che però forse (per non fare spoiler) non emergerà mai. Jorg è un personaggio che resta impresso negli affetti del lettore, al di là di tutto ciò che farà o commetterà.

“ToF” nel panorama fantasy

La “Trilogia dei Fulmini” riprende temi già noti: è un low fantasy con una lotta per il trono, gli zombie come nemici principali ed un medioevo magico ambientato nel futuro di un’Europa regredita in seguito alle guerre atomiche. I primi due temi fanno pensare a “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di Martin, il terzo al “Ciclo di Shannara” di Brooks. Eppure la “Trilogia dei Fulmini” è un gran fantasy, per niente scontato e per niente noioso, che in definitiva (una volta constata la paternità eterologa di quelle tematiche) non fa più pensare alle sue fonti, perché il romanzo sta in piedi da solo.

È un fantasy figlio di altri fantasy; è un fantasy forse per appassionati del genere, eppure è anche un libro che per certi versi ha qualità migliori rispetto a quei libri che lo hanno ispirato: un brio linguistico maggiore, ed un personaggio-protagonista dalla personalità potente come i disastri che è capace di compiere ed indimenticabile come certi amici e compagni delle nostre adolescenze inquiete.

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