Don Chisciotte vs. Fantasy

Saltate pure la parte con i caratteri piccoli, se volete andare al sodo dell'articolo!

Leggere “L’ingegnoso cavaliere Don Chisciotte della Mancia” di Cervantes è stata per me una fatica paragonabile alle dodici di Ercole: credo di averci impiegato tredici mesi (certo leggendo altro in contemporanea). Nel mio caso un po’ ha pesato la traduzione fatta in un italiano datato, ed un po’ l’averlo iniziato più per erudizione che per attrazione; ad ogni modo, nonostante questo, è stato un bel libro: i due protagonisti, don Chisciotte e Sancio Pancia, sono davvero fenomenali e poco hanno a che fare con la banale immagine con cui li abbiamo rilegati nell’immaginario collettivo. Nulla di questo libro è stato come me lo aspettavo e me ne sono accorto fin dalle prime pagine (che pur avevo già letto sui banchi di scuola).

Don Chisciotte è un libro satirico come intento: suo scopo è deridere la letteratura medievale ancora in voga a quei tempi, cioè il romanzo cavalleresco. Nella struttura è invece un libro di avventura, perché i protagonisti partono verso l’ignoto alla ricerca di qualcosa, e nel nostro caso la cosa cercata è l’esercizio della cavalleria errante stessa, nella speranza di ottenere fama e titoli: Don Chisciotte spera un giorno di diventare imperatore e promette che quel giorno farà Sancio Pancia governatore o conte di qualche isola o contea. Don Chisciotte è infine un libro umoristico nello stile, perché cerca di far divertire il lettore con le gaffe e le prese in giro (esplicite ed implicite) ai due protagonisti.

La vera forza di questo libro

Quanto all’avventura raccontata, non è qualcosa di molto elaborato: è più un succedersi di episodi o gag, una cornice in cui succedono cose (e a volte vengono pure raccontate storie di terzi). La satira contenuta nell’opera, poi, è da contestualizzare, al punto che noi lettori di quattro secoli dopo potremmo anche non accorgerci che si tratta di un testo satirico: ma questo è il punto su cui voglio poi dilungarmi in seguito. La vera forza di questo libro è quindi il suo umorismo costante e sottile: intramontabile è l’immagine di questo uomo che cerca di portare il mondo immaginario nel mondo reale, divenendo nello sforzo pazzo a tutti gli effetti; eccezionale è poi il personaggio di Sancio, un po’ cinico ed un po’ credulone in un mix quasi più divertente di quello di Don Chisciotte stesso.

Finzione e realtà

C’è poi un’altra cosa curiosa, ed è il legame che si instaura ad un certo punto tra il romanzo e la realtà. Cervantes per giustificare (sempre a mo’ di presa in giro) la scrittura del suo romanzo sostiene di aver ritrovato un manoscritto in cui è narrata la storia di questo Don Chisciotte: l’autore è un moro di nome Cide Hamete Benengeli. Cervantes si fa pseudo-tradurre lo pseudo-manoscritto e poi lo pseudo-traspone nel suo “L’ingegnoso cavaliere Don Chisciotte della Mancia”. Ebbene, questo Cide Hamete Benengeli non raccontava la vita di un personaggio del passato, ma di un eroe contemporaneo. Succede quindi che Cervantesne pubblica la prima parte e questa ottiene un grande successo in Spagna (al punto che sbuca pure un imitatore che ne fa stampare un plagio!). Allora dopo tanto successo l’Autore come si comporta? Costruisce tutta la seconda parte del libro proprio su questo fatto: Don Chisciotte quando lascia di nuovo casa per intraprendere la sua seconda avvenuta è divenuto ormai famoso in tutta Spagna, quindi non può più vagare tranquillo, ma ovunque si attirerà le attenzioni di ricchi uomini che spenderanno patrimoni per prenderlo in giro, inscenando finte avventure.

Insomma, questo romanzo è un interessante caso di letteratura che si fonde alla realtà, in diversi e complicati modi (a volte contraddittori, ma non per questo meno intriganti).

Dente avvelenato

Ma veniamo ora alla questione della satira contenuta nel libro, perché dovrebbe essere la cosa centrale ed invece rischia di passare davvero in secondo piano. L’Autore Miguel de Cervantes combatté la battaglia di Lepanto (1571 d.C.) contro gli Ottomani e guerreggiò a lungo nel Mediterraneo, fino a cadere prigioniero dei mori e rimanere nelle loro prigioni per anni. Pagato il riscatto e tornato in Spagna abbandonò le armi e si dedicò alla letteratura, non riuscendo però per lungo tempo a trarne sostentamento; fu così che finì per commettere reati che lo portarono in prigione. E proprio lì, in prigione, il suo personaggio migliore venne alla luce: Don Chisciotte «fu generato in un carcere» ammette lo stesso Cervantes nel prologo del libro.

Il suo Don Chisciotte è nato quindi per ridicolizzare la letteratura dominante, quella cavalleresca, perché i suoi autori facevano i soldi ed avevano fama, mentre lui, Cervantes, che non scriveva di quel genere, pativa soltanto la fame.

Se non avessi presente questo dato biografico di Cervantes tale critica ai libri di svago mossa da uno che si sarebbe arricchito proprio con un libro di svago mi sembrerebbe alquanto vuota. E pur avendola presente mi scoccia ancora, perché è rivolta proprio al romanzo cavalleresco, parente prossimo del fantasy, genere cioè che ne condivide la maggior parte delle tematiche: magia, guerra, avventure, creature mostruose e molto altro. In questo libro il romanzo cavalleresco è deriso per le sue bizzarrie, per le quali la gente dell’epoca andava letteralmente matta; ma al nostro Autore si può obiettare che a non tutti piacciono le stesse cose e non si può certo mettersi a discutere in fatto di gusti, e che anche noi del Ventunesimo secolo siamo qui in balia dei gusti della gente, ma li rispettiamo lo stesso. Cervantes però va oltre ed incolpa il romanzo cavalleresco anche di una cosa crudele: di aver fatto impazzire un certo (fittizio) hidalgo, sul cui nome nemmeno lui è sicuro, ma che passò poi alla storia come Don Chisciotte della Mancia.

Il fantasy è pericoloso?

Come si può arrivare a dire che il romanzo cavalleresco è in sé pericoloso? Ditemi pure che a quei tempi la gente non era istruita e quindi certe storie avrebbero potuto far credere loro che magia e mostri esistessero davvero, ma qui Don Chisciotte è istruitissimo. Per Cervantes il romanzo cavalleresco è quindi pericoloso anzitutto per chi ha i mezzi e la cultura, perché lo devia dalla realtà verso la quale avrebbe il dovere di indirizzare le sue energie.

Io oggi voglio smontare questa critica. E per farlo analizzerò un attimo la psicologia di Don Chisciotte, cercando di mostrare come il problema sia lui stesso e non le sue letture. Cosa che posso fare perché questo personaggio è sfuggito agli intenti polemici dell’autore, divenendo qualcosa di quasi vivo, con una sua personalità forte a tal punto che su di essa nemmeno Cervantes ha potuto più imporre la propria.

Le colpe di Don Chisciotte

Don Chisciotte è una persona dalla forte volontà. Comanda, ordina, pretende: basta leggere poche pagine per accorgersene. Questa sua volontà è forte al punto da renderlo capace di negare la più palese evidenza solo perché è lui a volerlo. Vede un mulino, ma per lui è un gigante. Vede un’osteria, ma per lui è un castello. Un gregge ed è un’armata. Possibile che sia tanto stupido? La giustificazione che lui dà è che un nemico mago gli stravolge la realtà per fargli dispetto: un nemico che vuole impedirgli di compiere le grandi imprese che inevitabilmente realizzerà se non ostacolato! 

Delle fanciulle si fingono poi innamorate di lui (che è brutto da far spavento, secondo le descrizioni dell’Autore), e lui ci crede. Duchi e nobili lo elogiano, e lui ci crede.

Il problema di Don Chisciotte non sono quindi le sue letture ma la sua superbia, tale da negare l’evidenza là dove neppure un bambino avrebbe osato.

Un altro argomento per dimostrare che è lui il problema e non i romanzi di cavalleria si trova poi nei capitoli finali, quando sconfitto in duello Don Chisciotte è costretto sotto giuramento a rinunciare per un anno all’esercizio della cavalleria errante, cosa che per lui significa la fine del suo sogno. In mancanza del suo ruolo di cavaliere, che dovrebbe decide di fare Don Chisciotte secondo voi? Beh, io credo che se davvero il problema della sua follia fossero i romanzi che ha letto, allora sarebbe logico che riprendesse a fare il possidente terriero conducendo la vita di prima, oppure tornasse a leggere aspettando di ripartire l’anno seguente. E invece no: lui non fa questo! Don Chisciotte inizia invece a sognare nuove follie: vorrebbe ora andare a fare il pastore, a condurre un vita poetica e bucolica…

Follia nuova, ma non più legata al romanzo cavalleresco! Follia in linea con il personaggio, ma non con la critica di Cervantes. Il problema erano dunque i romanzi cavallereschi o non piuttosto Don Chisciotte stesso?

Evasione o invasione?

Credo che il nostro personaggio potrebbe essere considerato un uomo insoddisfatto dalla vita; un uomo che non aveva però l’umiltà per cercare la soluzione al suo problema, ma la sciocca presunzione di potersela inventare. Don Chisciotte pensava che la realtà non contenesse qualcosa di davvero valido per lui e l’unica via per trovarlo fosse crearselo, immaginarselo; per poi invadere la realtà con la sua follia… ed imporla addirittura agli altri! A volte questo suo modo di fare è divertente, ma altre volte è pericoloso: che ne dite di quei criminali liberati dal nostro cavaliere per un suo arbitrario senso di giustizia (parte prima, cap XXII)? E di quel barbiere che viene aggredito perché porta sul capo una bacinella d’ottone che Don Chisciotte scambia per il celebre “Elmo di Mambrino” (parte prima, cap XXI)?  Ma è già violenza costringere un oste a fingersi castellano (parte prima, capo III)!

Don Chisciotte stesso è quindi pericoloso, e non i libri che ha letto, che furono solo un pretesto per la pazzia che già si annidava nel suo voler mettere la propria volontà sopra il buon senso e sopra la ragione.

Conclusioni

Ho detto tutto quello che volevo dire e forse anche di più. Mi auguro sia uscito qualcosa di interessante ed attinente con il tema di questo blog. Comunque, per concludere, Don Chisciotte è un davvero bel libro, degno della sua fama… naturalmente, satira contro il romanzo cavalleresco a parte!

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