Appendici sì, appendici no

Come tutti saprete, in fondo a Il Signore degli Anelli, Tolkien inserì una serie di appendici: annali, genealogie, grammatiche delle lingue da lui inventate, e tanto altro. E noi autori del ventunesimo secolo che veniamo dopo di lui, da una parte ci sentiamo sgomenti (e affascinati, certo!) davanti a una tale prova di creatività ed eclitticità, mentre dall’altra vorremmo a nostra volta dimostrare che anche nelle nostre vene il fantasy scorre fluido e puro.

Però queste sono dinamiche che ricordano un po’ troppo quelle che esistono durante l’adolescenza tra padre e figlio, madre e figlia; è necessario infatti anche guardare in faccia la realtà e chiedersi con criterio: è davvero una buona cosa mettere le appendici in fondo al proprio romanzo, oppure è solo imitazione, tradizione o chissà che? Le appendici sono in se stesse una cosa valida oppure sono solo una palla al piede ereditata da chi ci ha preceduto? Insomma: appendici sì o appendici no?

Sì, perché la semplicità è ambigua

La semplicità è ambigua, perché non rende giustizia all’autore di tutto il lavoro che ha fatto per arrivare ad essa. Oggi che la cucina è in voga, l’esempio culinario mi viene spontaneo: pensate ad uno di quei piatti microscopici per i quali sono noti i ristoranti più sofisticati. Chi penserebbe ai mille passaggi e alle complicazioni che sono serviti per realizzarlo?

Così è anche per un libro: di un grande romanzo (come si suol dire) si vede solo la punta dell’iceberg, cioè davvero poco rispetto a ciò che esso davvero è… Così poco che qualcuno potrebbe credere che di lavoro in realtà dietro ad esso non ce ne sia stato poi molto. Detto questo, viene da sé che le appendici possono essere un valido modo per chi sente il bisogno di dare un po’ di tono al proprio romanzo, senza dover rinunciare alla pulizia narrativa del testo.

Sì, perché sono interessanti

Una via per complicare un mondo, per renderlo verosimile, è certamente quello di inventargli un background storico, che preceda e supporti i fatti narrati. E poi, certo, declinarlo in ogni suo aspetto: bellico, artistico, linguistico, politico, sociale, etc. Siccome però non basta inventare dei fatti storici, ma in quanto premesse devono essere pure belle (ché dal brutto non viene quasi mai il bello), perché non offrirli ai lettori in appendice?

Sì, perché le cose van chiarite

Andate a Firenze e guardate Ponte Vecchio: nessuno si sognerebbe di costruire una cosa simile di punto in bianco. Quella struttura deriva infatti da stratificazioni di epoche successive. Prendete ora i castelli e pensate a quanti di essi sono stati privati di parte delle loro fortificazioni quando il modo di fare la guerra è cambiato, trasformandosi in dimore signorili più adatte al loro tempo. Per non parlare delle moderne fabbriche trasformate in case!

Ora, pure nei romanzi fantasy, gli edifici avranno certo una loro storia, e quindi delle stratificazioni, che rendono quegli edifici a volte bizzarri; e non solo gli edifici, ma anche le istituzioni hanno percorsi simili, i nomi, le cariche, i luoghi geografici. L’autore dovrà quindi descriverli, certo, ma non potendo tediare il lettore con descrizioni infinite, finirà per non rivelare quasi nulla, rimanendo lì, imbarazzato, con questi suoi nomi e queste sue trovate non spiegate e non giustificate; dopo averne magari eliminato la gran parte, perché inutili alla narrazione. Alla luce di tutto questo, non trovate anche voi che l’autore possa avere diritto di mettere delle appendici nei suoi romanzi?

No, perché possono precludere

Un grosso problema delle appendici è che costringono l’autore a dare informazioni non strettamente necessarie, di cui in futuro potrebbe pentirsi. Sì, perché una volta che hai spiegato in appendice tutti i dettagli di una data cosa, non puoi più cambiarla, anche se ti viene una super idea per un romanzo successivo in cui ti avrebbe fatto comodo che essa fosse stata un po’ diversa. Oppure si potrebbe desiderare in un futuro di scrivere il prequel al proprio romanzo… Ma ormai ci si è già bruciati quella storia in appendice.

Le appendici che di per sé offrono spiegazioni narrativamente superflue, di pura curiosità, possono quindi finire per far danno; perché è così in ogni cosa: ciò che è inutile, spesso diventa pure dannoso.

No, perché tolgono mistero

Il vago e l’indefinito sono poetici (lo diceva Leopardi?), mentre man mano che le cose vengono spiegate la poesia si perde. Oggi, infatti, che crediamo di saper tutto sul mondo, siamo pure più disincantati. Un autore fantasy vuole quindi correre il rischio di ridurre il carico “poetico” del suo romanzo, fornendo le appendici?

Certo, c’è un modo discreto e pure poetico di scrivere questi testi supplementari, perché quelli di Tolkien ad esempio sono brillanti e non appartengono tutti allo stesso genere letterario: ci sono piccole grammatiche, parti narrative, elenchi e molto altro. Tuttavia, se non si fa attenzione, le appendici possono davvero essere controproducenti.

No, perché pochi le leggono

Certo, meglio pochi che nessuno; perché finché tutto quel lavoro supplementare resta solamente sul PC, tale è il numero di persone che lo leggeranno. Siccome però questi testi van curati molto bene se si vuole che accrescano e non sminuiscano il valore del romanzo che vanno ad integrare (vedi l’obiezione precedente), prima di spendere tutto questo tempo su essi bisognerebbe forse accertarsi che a qualcuno interessino.

Insomma, Tolkien aveva già fatto il botto con Lo Hobbit ed era stato l’editore a chiedergli un seguito, cioè quello che divenne Il Signore degli Anelli; lui quindi era certo che ai lettori quelle informazioni sarebbero interessate. Noi lo siamo altrettanto? C’è sempre tempo, tanto, per fornirle le spiegazioni…

Concludendo

Tre pro e tre contro: pareggio. Non è però che mi sia comportato così per non prendere posizione, ma perché davvero credo che le appendici siano una bella cosa e allo stesso tempo abbiano delle serie controindicazioni. Per il mio romanzo che sta per uscire una decisione l’ho comunque dovuta prendere…

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