Mistborn, Il Pozzo dell’Ascensione

Dopo aver scritto la recensione del primo romanzo del ciclo Mistborn, ecco quella del secondo: Il Pozzo dell’Ascensione.

Tre motivi per leggerlo

Parlando de L’Ultimo Impero avevo espresso molti elogi, e per non essere mieloso avevo lasciato anche qualche personale critica negativa. In questo caso però guarderò solo alle cose positive, perché sono certo che nessuno di voi passerà a leggere questo secondo libro senza aver letto il primo: quando lo farete (e se lo farete) avrete quindi già esperienza del modo di scrivere di Brandon Sanderson. Certo, un bravo autore riserva sempre delle sorprese, e può anche cambiare stile, o addirittura gettarsi in cose sperimentali, però è difficile che lo faccia all’interno della stessa saga (potrebbe non pagare); e comunque non è il caso di questo libro, che pur svolgendo una trama nuova, mantiene una grande continuità con il precedente. Detto in poche parole: se L’Ultimo Impero vi è piaciuto, vi piacerà anche Il Pozzo dell’Ascensione.

In questo articolo voglio quindi (da estimatore del genere fantasy) offrirvi tre buoni motivi per leggerlo, cioè per non accontentarvi del primo volume di Mistborn. Ed i motivi sono questi: il complesso sviluppo psicologico dei personaggi che già conoscevamo; la costruzione di un’ottima storia basata non su elementi nuovi ma sull’approfondimento di quelli già dati; il contesto in cui la storia si svolge.

Sviluppo psicologico dei protagonisti

I protagonisti del romanzo sono Vin ed Elend Venture. Ebbene, se ne L’Ultimo Impero Vin era stata trasformata da una ladruncola di strada inconsapevole dei propri poteri in una potente Mistborn, ora è il turno di fare del giovane Elend Venture (il figlio damerino e senza poteri allomantici del più potente dei nobili del regno) un re con le carte in regola. Dunque, Elend e Vin che si trasformano Ecco forse la vera anima del romanzo, che per la gran parte si occupa proprio di tale crescita psicologica, delle lotte personali e delle difficili scelte che questi due protagonisti devono compiere.

Tutto torna

Pochi elementi nuovi, quindi, ma un succoso sviluppo delle cose già note. Al termine de L’Ultimo Impero sappiamo molto sull’allomanzia, conosciamo tante cose sulla vera identità del Lord Reggente e sui suoi scopi. Però ce ne sono altrettante (insospettabili) ancora da scoprire, interrogativi sollevati senza che sia stata data loro una risposta. Ebbene, in questo romanzo gran parte di quelle risposte arrivano: Mistborn è una saga in cui alla fine “tutto torna”.

Detto così questo secondo elemento potrebbe sembrare più negativo che positivo. Però io credo che costruire una storia tanto interessante, senza aggiungere molto di nuovo, sia una vera abilità. Non tutti scrivono in questo modo: c’è a chi piace aggiungere carne sul fuoco ad ogni nuovo romanzo, ad ogni nuova tappa delle saga. Sanderson invece grossomodo va a fondo con quel che aveva già dall’inizio, ed il lavoro finale ha comunque una qualità pari a quella del romanzo precedente.

L’assedio in un mondo di superpoteri

Il romanzo è inserito nella cornice del grande problema del Pozzo dell’Ascensione, ma si svolge nell’arco di tempo dell’assedio della città di Luthadel, iniziato da Straff Venture, il padre di Elend, e complicato dall’arrivo di altri eserciti interessati alla stessa preda. Certo, il tema dell’assedio di una città è una cosa ricorrente nel fantasy, e Il Pozzo dell’Ascensione non è il primo romanzo che leggo interamente incentrato su esso (tra quelli qui già recensiti, c’è ad esempio Il Falco e il Leone di Cecilia Randall). Tuttavia questo è un romanzo dove gli assedianti non possono attaccare… Il ritmo non è quindi incalzante, ma dà spazio ad intrighi, prove di forza, alleanze, complotti e scelte morali. Si tratta poi di un assedio in un mondo fantasy in cui ci sono in gioco forze più grandi degli eserciti e dove le mura di una città possono rivelarsi a volte piuttosto irrilevanti.

Gli epigrafi

Ormai l’uso degli epigrafi nel fantasy è diventato molto comune, e Sanderson qui li usa in tutti e tre i romanzi. Ma la cosa interessante è che a differenza di altri autori che ricorrono ad essi solo per creare un po’ di clima o aumentare il realismo della narrazione, Sanderson li sfrutta in un modo utile alla storia stessa. Sceglie infatti un testo per romanzo, ed uno soltanto, che cita pezzo per pezzo lungo i vari capitoli: si tratta di testi sul “messia” della sua saga, cioè sul Campione delle Ere, che diventano veri e propri enigmi da risolvere.

Nel primo romanzo l’enigma degli epigrafi volgeva intorno alla figura del Lord Reggente: si trattava infatti di brani estrapolati da un diario a lui attribuito, un diario che avrebbe scritto prima di divenire una sorta di divinità. In questo romanzo il nuovo testo ruota sempre intorno alla stessa figura, ma osservata da una prospettiva diversa, cioè da quella del Santo Primo Testimone, colui che per primo riconobbe mille anni prima dei fatti narrati in Alendi il Campione delle Ere. E siccome a quei tempi Alendi fallì la sua missione, la questione del Campione delle Ere è ancora attuale e quei testi hanno una valenza per il presente

Per concludere

Il secondo romanzo di una trilogia è sempre quello con meno identità, forse per vizio congenito a questo tipo di saghe: è cioè difficile (pur con una sua trama che ha capo e coda) non renderlo un ponte tra il primo romanzo ed il terzo, quello conclusivo. Il Pozzo dell’Ascensione non è un’eccezione, tuttavia non vedo la cosa necessariamente come negativa: vorrà dire che se leggerete questo libro poi non potrete fare a meno di proseguire con il terzo ed ultimo, cioè Il Campione delle Ere Del quale, però, vi garantisco: niente recensione! Perché, insomma, il finale è sacro.

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