Le avventure di Peter Pan

Seconda stella a destraLe avventure di Peter Pan oltre ad essere il titolo del celebre film d’animazione della Disney è anche uno dei nomi dati alla raccolta dei due testi su Peter Pan scritti da James Matthew Barrie, cioè Peter Pan nei Giardini di Kensington (1906) e Peter e Wendy (1911). E proprio di entrambe queste opere vi parlerò in questo articolo. Perché voglio farlo? Anzitutto perché le ho trovate splendide… E poi perché anche se non saprei proprio come collocare libri simili, certo non è fuori luogo parlarne in un blog come questo.

Peter Pan nei Giardini di Kensington è un testo estrapolato da alcuni capitoli di un romanzo precedente, cioè L’uccellino bianco (1902); capitoli che ampliati sono diventati una storia a sé stante. Il Peter Pan che compare in questo racconto è piuttosto diverso da quello divenuto poi celebre: è cioè un neonato di sette giorni di vita, una creaturina bloccata alla forma che gli esseri umani hanno appena nati. Secondo la filosofia del racconto (che è per l’infanzia) gli umani prima di nascere sono uccelli e diventano davvero umani solo quando vengono dati ai loro genitori; ebbene, Peter è fuggito di casa ancor prima che questa trasformazione finisse, usando il potere di volare, che come uccello aveva ancora. Ed è fuggito verso il luogo da cui i bambini-uccello avevano origine, cioè un’isola che si trova oltre i Giardini di Kensington.

Peter Pan e sua madre

Il rapporto tra Peter e sua madre è forse la questione chiave di tutta la figura Peter Pan. Peter infatti dopo esser scappato torna in due occasioni a vedere sua madre, perché ne ha nostalgia; e la prima volta che ci va la madre ha ancora la finestra aperta, quella dalla quale Peter è fuggito: lei lo attende; è lì nella stanza, addormentata. Peter vorrebbe fermarsi (ha fatto tanto per riuscire a volare fin lì!), ma è convinto anche che sua madre lo attenderà in eterno, non lo dimenticherà mai… Così sceglie di fuggire di nuovo, per andare a divertirsi ancora un po’, e di ritornare in seguito. Quando torna la seconda volta, però, le finestre sono ormai chiuse, e sua madre ha un nuovo figlio. Non lo ha dimenticato, no, ma ha smesso di attenderlo, lo ha rimpiazzato. E questa è la ferita che Peter si porterà dentro per sempre: sua madre non l’ha amato come lui si aspettava da lei, lo ha deluso.

Com’è arrivato Peter sull’Isolachenoncè?

In Peter e Wendy è narrata la storia famosa, che grossomodo è quella portata sugli schermi della Disney. E qui si ha a che fare con un Peter un po’ cresciuto, che ormai vive sulla celebre Isolachenoncè. Le domande allora sorgono spontanee: come ha fatto Peter a finire lì? Cos’è l’Isolachenoncè? Perché nei tanti anni che è stato presso i Giardini di Kensington è rimasto neonato, ed ora invece è diventato un bambino? A queste domande l’autore non dà una risposta razionale, perché Peter Pan non è un libro prettamente razionale, logico, schematico. La risposta a queste domande però c’è, anche se di natura diversa.

Già in Peter Pan nei Giardini di Kensington Peter viveva su un’isola, all’interno del lago Serpentina di cui “solo una piccola parte […] lambisce i Giardini, perché dopo poco passa sotto un ponte e si allontana per raggiungere l’isola dove nascono tutti gli uccelli che diventano poi bambini e bambine” (cap. I, Ed. Newton). Beh, forse Peter con il passare del tempo ha deciso di lasciare l’isola del lago Serpentina ed ha trovato l’Isolachenoncé (in effetti sono molto diverse); è più probabile però che Peter infondo non si sia spostato mai e che, nonostante tutto, l’Isolachenoncè non sia davvero un’isola diversa da quella dei Giardini di Kensington, ma rappresenti la sua evoluzione.

Cos’è, dunque, l’Isolachenoncè?

L’Isolachenoncè è più o meno un’isola, con incredibili macchie di colore qua e là, barriere coralline e vascelli pirata al largo, selvaggi nascondigli solitari, gnomi che per lo più si dedicano alla sartoria, caverne all’interno delle quali scorrono fiumi, principi con sei fratelli maggiori, una capanna che si sta deteriorando velocemente e una vecchina minuscola con un naso aguzzo. Se fosse tutto qua sarebbe facile tracciare una mappa, e invece ci sono anche il primo giorno di scuola, la religione, mamma e papà, un lago rotondo, l’ora di uncinetto, omicidi, impiccagioni, verbi che reggono il dativo, il giorno del pudding al cioccolato, le bretelle da indossare, dire trentatré, i tre pence che ti estraggono il dente e così via. Ora, o queste cose fanno parte dell’isola, oppure formano un’altra mappa che, se sovrapposta alla prima, crea una gran confusione, soprattutto perché nulla resta per troppo tempo al proprio posto” (Peter e Wendy, cap. I). E poco più avanti: “Naturalmente c’è un’Isolachenoncè per ogni bambino, e son tutte differenti […]. Nell’insieme però tutte le Isolechenoncè hanno una somiglianza familiare, e se le vedessimo in fila, l’una accanto all’altra, vedremmo che hanno tutte il naso identico e così via”.

Soddisfatti della risposta? Forse no, allora provo io a renderla razionale: l’Isolachenoncè sono le cose belle del mondo viste con gli occhi dei bambini, ed allo stesso tempo l’Isolachenoncè è il luogo immaginario in cui essi si rifugiano quando giocano. E nel romanzo questo luogo è un luogo reale: e Peter vive lì, in quel mondo a metà tra realtà ed immaginazione, il mondo-dove-tutto-è-un-gioco (persino la morte). E di questo mondo lui è il re. O forse addirittura qualcosa di più (guardando al suo altisonante cognome attinto dalla mitologia greca)…

Chi è Peter Pan?

Peter in Peter e Wendy è diventato davvero più grande rispetto all’opera precedente: non è più fisicamente un neonato, ora è più grandicello, anche se possiede ancora tutti “i suoi bei dentini da latte” (come l’autore fa notare almeno cinque volte nel testo). La psicologia del personaggio però è la stessa. Perché dunque il cambiamento? Forse perché quest’ultima è l’immagine davvero perfetta per rappresentare la vera natura di Peter.

Chi è infatti Peter? Lo stesso Capitano Uncino si pone questo problema, e durante il grande duello del quindicesimo capitolo, glielo chiede esplicitamente: “«Pan, chi e cosa sei?»”. Al che Peter, “rispose d’istinto: «Io sono la giovinezza, io sono la gioia.»” Peter non è un bambino tra tanti, un qualunque “bimbo sperduto”: Peter rappresenta un’idea, uno “spirito”, cioè lo spirito di giovinezza e di gioia.

Pan, essendo quel che è, ha tutti i limiti conseguenti alla sua natura: per poter essere la giovinezza, il gioco, la gioia, deve dimenticarsi in continuazione del suo passato e vivere sempre nel presente; deve rifiutare un rapporto alla pari con chiunque (in Wendy ad esempio cerca soltanto una mamma e non un’amica); tutto per lui deve essere divertente, anche le cose più delicate con le quali gioca con una crudeltà inconsapevole ma non per questo meno spaventosa.

Conclusioni

Peter insomma è più che un bambino che non è voluto crescere: è il bambino per eccellenza. E se è così ciò comporta che questi non possono essere (soltanto) libri per l’infanzia, ma sono anzitutto libri sull’infanzia: libri dove essa non è idolatrata (né demonizzata), ma mostrata dall’interno, raccontata con il suo stesso linguaggio, illustrata come fondamentale periodo di passaggio, periodo da molti adulti rifiutato (i prosaici genitori di Wendy) o mai superato (i pirati che un po’ uccidono e un po’ cercano ancora una mamma), e soprattutto mostrata nel paradosso di cosa essa sarebbe se potesse durare per sempre.

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